1989

Ricordo che da piccolo ebbi regalata una batteria.

Avrò avuto cinque anni, fu un regalo di un amico di famiglia. La posso ricordare ancora quella fantastica batteria, tutta rossa, con il rullante cromato, proprio come quelle vere.
Da allora mia madre non ebbe più pace, sino a quando, preso da prematuro raptus distruttivo alla maniera di Keith Moon (il leggendario batterista degli Who) un giorno non decisi di tuffarmi nella grancassa attraversandola da una parte all’altra.

Per mia madre dovette essere una liberazione, io passai ad altro senza rimpianti; così fanno i bambini.
Comunque non ho mai sopito la mia passione per il ritmo, per anni insieme ad un mio compagno di vacanze ho suonato sulle cassette di pomodori, sui secchi delle vernici, sulle taniche di plastica, sui fusti, i flaconi, i barattoli.

Tutto di tutto. Era questo il mio fantastico set e ricordo il primo approccio con gli strumenti a corda, con le chitarrine acquistate sulle bancarelle della festa patronale. Non era festa se non acquistavamo uno strumento giocattolo, suonavamo tutto il giorno all’area aperta, davanti casa mia in paese, sotto un melo. Tutti potevano trovarci lì, quando non giocavamo a calcio.
Sin da piccolo insomma il mio interesse per la musica era assolutamente centrale, con il calcio, il disegno materia nella quale primeggiavo sin dall’asilo, per mezzo del quale avrei voluto frequentare il liceo artistico.

Poi, all ‘età di 9 anni mia madre decise di assecondare pienamente le mie inclinazioni e mi mandò a lezione di chitarra classica, ma io volevo suonare, invece ricordo di aver trascorso due anni a leggere, semplicemente cercar di leggere degli spartiti. Suonare? Macchè. E le canzoni? Potevo pure scordarmele, mentre io vedevo mio zio Walter e mio cugino Pino fare concerti, esprimere la loro musicalità e (amisci) avere un’ottimo successo con le ragazze.

Smisi di suonare, lo feci per protesta, intanto la mia attività di disegnatore proseguiva, ma capivo che dovevo riprendere e ancora mia madre (grazie mamma !) fu il drive della mia passione.

Era il 1986 o giù di lì, in piena sbronza new romantic (vi dicono qualcosa Duran Duran, Wham, Spandau ?) già smanettavo con l’hi-fi di mio padre (un vero lusso per l’epoca) facendo le mie compilation alla radio e già buttavo innocenti occhiate nel decolletè di Samantha Fox.

Perchè la mamma, mi direte? Perchè quando la De Agostini lanciò l’enciclopedia del Rock (tutta in vinile) le chiesi di comprarmela e lei lo fece.

Prima uscita, “Love You Live degli Stones”, poi Blood on Tracks di Bob Dylan, quindi iniziò la serie dei dischi di rock’n’roll anni ’50 e lì andai fuori completamente.
Chi può dimenticare quando misi sul piattone Technichs il vinile di Chuch Berry, l’effetto della sua musica su di me fu più o meno quello di un orgasmo.
Pam ! Una fucilata l’attacco di “Roll over Beethoven”, la mia nemesi.

Decisi che avrei suonato la chitarra, la chitarra elettrica però, iniziai con una Washbourn presa in prestito da mio zio, la usai per un po’, poi il Mahatma (non Gandhi, ma semplicemente mio padre) capì che l’amore era sbocciato, mi regalò una Fender Stratocaster made in U.S.A.(..); Bellissima.
La notai subito nelle vetrine del negozio di strumenti musicali, me la feci prendere, la provai.
Era assolutamente perfetta e in un attimo era mia e lo è ancora e lo sarà per sempre: correva l’anno 1989.

il vostro the opinionmaker autobiografico

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