Pasolini, il profeta “corsaro”


Una curiosità in questi ultimi dieci anni, da quando attraverso gli studi sulla comunicazione ho scoperto il personaggio Pasolini, ha stuzzicato spesso la mia immaginazione: quali riflessioni avrebbero stimolato il Pasolini pensatore e critico nei nostri tempi. In realtà se uno “stato di rassegnazione” aveva dominato l’ultimo periodo della sua vita artistica, non oso pensare quali mutazioni comportamentali avrebbero investito oggi l’uomo Pasolini.
In questi giorni non si fa altro parlare che di lui: TV, giornali, riviste, tutti sembrano osannarlo, quasi santificarlo. I suoi “scritti corsari” riletti e rivalutati sembrano suonare come testi profetici; le sue provocazioni come la manifestazione di uno spirito libero, anticonformista, capace di sfidare pregiudizi fuori da ogni luogo comune.
Eppure trent’anni fa – il 2 Novembre ricorre l’anniversario dal brutale assassinio all’idroscalo di Ostia – le cose non stavano così. “Vivo ormai fuori dalla società. Non voto più allo Strega. Mi sono volontariamente emarginato. La letteratura, nel suo momento sociale, non mi interessa molto[..]Quanto al silenzio che c’è intorno a me, mi pare solo sintomo di incompetenza, di vigliaccheria; o semplicemente di odio” (da Lettere Luterane, 1975, scritte poco tempo prima che morisse). Anche sul suo tragico destino Pasolini appare terribilmente profetico.
Già, perché in quegli anni il Pasolini poeta, scrittore, regista, polemista, intellettuale sensibile e mai banale non era considerato soltanto un eccentrico da trattare con prudenza e diffidenza, era visto come una presenza molesta, un anarchico o un apocalittico che proiettava il suo pessimismo esistenziale sui destini del mondo; un nemico.
Pasolini era un nemico per la destra, per il mondo cattolico e per la stessa sinistra. Un uomo scomodo per tutti. Alcuni editoriali degli anni 70 sul Corriere della Sera rappresentano delle pagine memorabili di giornalismo: scagliarsi contro il “sistema”, denunciare di conoscere i nomi delle stragi di quegli anni, sono anche il monito di un uomo coraggioso, che esce allo scoperto, senza remore e senza peli sulla lingua. In un suo editoriale tuonava “io so.. perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere” (Corriere della Sera 14/11/1974).
Bollato come “pederasta” (così venivano considerati gli omosessuali), come l’artefice di una cultura “degenerata”, la destra oggi lo rivaluta come un critico della modernità liberale e i cattolici ricordano con ammirazione gli scritti in cui Pasolini si scagliava contro l’aborto. I suoi nemici erano pure a sinistra, non solo per aver scritto che tra gli studenti borghesi del 68 e i poliziotti sceglieva quest’ultimi, figli del popolo, ma soprattutto perché le sue riflessioni minavano l’immagine “progressista” che la sinistra amava dare di sé. Oggi quella sinistra riscopre il Pasolini critico del consumismo e dell’immenso potere mass-mediologico della televisione.
Come non considerare per quei tempi l’autenticità e l’originalità di un simile personaggio?
Disgraziato il paese che ha bisogno di trent’anni per riconoscere di aver avuto nella sua storia culturale e sociale, uno degli intellettuali più interessanti, acuti e sensibili in senso assoluto.
Nel suo ultimo film, quello più criticato, chiacchierato e censurato (per onor di cronaca mai finito di girare, il finale viene montato e costruito dall’amico Citti) ambientato nella repubblica di Salò (ultima speranza fascista di Mussolini) il senso che vuole lasciare Pasolini è molto forte ed è quello di una grande “omologazione” culturale alla quale si assiste. Ribadisco siamo nel 1975! “Il sesso viene usato come qualcosa di terribile, è diventato la metafora di quello che è la mercificazione del corpo, l’alienazione del corpo. Quello che ha fatto Hitler brutalmente, cioè uccidendo i corpi, distruggendoli, la società consumistica l’ha fatto sul piano culturale, ma in realtà è la stessa cosa”. Le visioni deliranti, sataniche, terribili di quei corpi innocenti che si frappongono in “Salò” mostrano una rassegnazione, nell’interrogativo che poi è il fondo e il mistero della vita: ma tutto ciò è possibile? E si risponde “e si, forse è possibile”. E la storia che ne consegue è sotto gli occhi di tutti.
Ancora oggi la sua morte presenta numerosi punti oscuri, un complotto (politico) ai suoi danni appare più che una semplice ipotesi e giudizi troppo sommari nelle aule dei tribunali non rendono ancora, a trent’anni dalla sua morte, giustizia dell’uomo.
Grazie ancora Pier Paolo, il segno che rimani è indelebile.

di GDS

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