Relazioni Pubbliche, profilo di una professione che cambia

Ho seguito con molto interesse l’intervento di Toni Muzi Falconi al convegno di Digital PR tenutosi la scorsa settimana ricavandone alcuni spunti di riflessione che sintetizzo qui di seguito: 

Dai dati forniti nella presentazione di Muzi Falconi sul settore, si nota come le PR crescano nel nostro Paese (tra non poche critiche, ma crescono, +6% nel 2006) e cambiano.
Come? Dalla comunicazione alla relazione, dalle media alle stakeholder relations, dal modello top-down al modello “dialogico” left-right-left.

Sono le relazioni pubbliche ad essere cambiate o sono i social media ad avere indotto questo cambiamento?
La seconda ipotesi è quella più accreditata, confermata dalla ricerca Euprera 2007 che fotografa una categoria, quella dei relatori pubblici ancora abbastanza lenta nell’assimilare logiche e funzionamenti dei nuovi strumenti di comunicazione (spesso i PR non hanno gli skills professionali necessari per condurre attività di questo genere).

Il problema ora è comprendere le conseguenze di questo cambiamento: casa vuol dire passare dalla comunicazione alla relazione, dalle media relations alle stakeholder relations e quando questa transizione potrà dirsi compiuta?
Quesiti di non facile risoluzione ma si può immaginare il relatore pubblico come una figura sempre più attiva nelle “relazioni online” così come nelle relazioni offline, capace quindi di gestire questi ultimi rapporti attraverso l’ausilio dei nuovi strumenti di comunicazione e di spaziare molto più di prima – a seconda del contesto mediatico in cui si trova – da un codice all’altro con un’attenzione sempre maggiore alla trasparenza e alla chiarezza del messaggio.
In sostanza, si può concludere, i CGM indurranno le aziende ad un modello sempre più basato sulla qualità. In questo processo, probabilmente, le relazioni pubbliche avranno un ruolo guida e il PR sarà un/una professionista che dovrà saper “dialogare” all’interno dell’azienda come al suo esterno, con ogni mezzo, (e con maggior trasparenza) per dirigere in maniera non traumatica questo cambiamento.

Più che di “Direttori della Comunicazione” – come scritto nell’ultima riga del libro – avremo forse bisogno di “Direttori del Dialogo”.

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