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House hunt: una ricerca spiega come intercettare chi cerca casa sul web.

gennaio 10, 2013

The Digital House Hunt è l’interessante ricerca condotta da  Realtor, in collaborazione con Google, per far luce sui processi di ricerca della casa da parte dei consumatori nell’era dei media digitali.

Nel corso dell’ultima decade Internet è diventato il canale privilegiato la ricerca della casa, tanto che oramai l’annuncio on-line raggiunge molti più utenti rispetto alla pubblicazione cartacea.

La ricerca evidenzia trends e spunti interessanti sull’utilizzo dei digital media da parte dei “cacciatori di case” alle prese con la scelta di un immobile già esistente o di nuova costruzione.

L’indagine muove dalla convinzione che c’è una nuova generazione di consumatori cui l’accesso all’informazione ha attribuito particolare “potere”.
I consumatori on-line sono alla continua ricerca di informazioni per sostenere le loro decisioni di acquisto. Guardano “how-to” video su YouTube, leggono i siti/blog di recensioni, cercano marche specifiche sui motori di ricerca, e proseguono la loro ricerca anche quando sono in movimento con i loro smartphone e i loro tablet. Dal “big bang” generato da una una miriade di fonti nasce quello che Google chiama icon l’acronimo ZMOT, Zero Moment of Truth, ovvero il momento in cui la decisione d’acquisto viene presa.

L’idea alla base di tutto è che Internet ha cambiato profondamente le modalità di consumo al punto che, per commercializzare un bene, non è più necessario mostrarlo in negozio, o come nel nostro caso, presso la sede di un broker o durante un open house, chiedere un parere o consiglio su cosa comprare o quanto lo si dovrebbe pagare. Il nuovo consumatore sa tutto prima del tempo, per questo, anche nel mondo immobiliare, lo shift dal marketing al digital marketing diviene elemento cruciale per raggiungere tempestimamente chi cerca casa.

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Come cambia il ruolo delle PR in Italia e in Europa.

dicembre 16, 2010

Una indagine IULM delinea il profilo del professionista delle PR tra esigenze di cambiamento e sfide dettate dalla grande rivoluzione del mondo dei media che impongono nuovi target, nuovi formati e nuove strategie.

Mentre aumenta la rilevanza dei canali digitali e dell’interazione, il 57% dei professionisti intervistati – oltre 2.000 in tutta Europa – ritiene che il progresso delle relazioni pubbliche è ritardato dall’arretratezza della cultura imprenditoriale.

C’è ancora tanta improvvisazione. Infatti il 70% dei professionisti sostiene che il ritardo delle PR sia causato dalla scarsa formazione e (per l’l’81%) dalla mancanza di specializzazione.

PR supporto strategico del business

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con meno budget da spendere in comunicazione – la ricerca rileva un sostanziare peggioramento dalla situazione generale in Italia e in Europa (slide n. 11) – ma con la prospettiva di esprimere il potenziale delle PR in nuovi ambiti (Corporate Social Responsability and Sustainability, Financial Communication e Investor in Relations, Personal Coaching & Training), attraverso nuove forme, con nuovi strumenti (communities,weblogs, microblogs, videos) e pratiche già consolidate (eventi, sponsoring), la professione va lentamente maturando connotandosi ritagliandosi un ruolo sempre più strategico nelle  aziende.

 

Approfondimenti

http://www.iulm.it/default.aspx?idPage=2110
http://www.prconversations.com/

Quando un Brand diventa social?

marzo 22, 2010

quando un brand diventa social
“Social Voice is not (usually) Brand Voice”. Qualche giorno fa avevo ripreso questo articolo da openforum.com girando il quesito, “The Right Voice for Your Brand Online Is…” ai miei followers su Twitter. La risposta che più mi aveva convinto era stata: “You”.

Nel post precedente (vedi in basso) riprendo il nuovo modello organizzativo dell’azienda orientata alla conversazione di Blanchard, dove l’ascolto e il confronto sono valori strategici fondamentali per il superamento marketing della promozione.

Dunque, tornando alla domanda di questo post, quando un Brand diventa davvero social? Alcune brevi riflessioni.

Le aziende hanno perso il controllo del loro brand? Una minaccia che può trasformarsi in una vera opportunità, ma bisogna mettersi in gioco. Una brand che ha qualcosa da dire può alimentare la passione dei consumatori favorendo l’incontro tra azienda e consumatori o tra consumatori (vedi il caso Adidas).

Non è (solo) il brand che attira le persone ma sono le persone che “fanno” il brand, ne parlano, lo consigliano, lo aiutano a crescere, a partire da chi in azienda lavora. Allora, perchè non incoraggiare i dipendenti a relazionarsi con i propri clienti? Non così, bensì abituando le persone al confronto. Una brand è più umana se abbandona i toni istituzionali delle comunicazioni ufficiali o le frasi iperboliche della pubblicità per scendere sullo stesso piano del consumatore. La voce dei propri dipendenti può aiutare un’azienda a diventare “friendly”.
 
La comunicazione aziendale nell’era del Web 2.0 è uno sforzo collettivo. Bisogna sapersi relazionare con più persone con più mezzi possibili, Twitter, Facebook, Flickr, Twitpic, YouTube o le nuove piattaforme location-based come Foursquare, Gowalla, Whrrl  per utenti iperconnessi.

Il web è interazione, partecipazione, comunicazione one-to-one da pari a pari. Per essere “social” bisogna mettersi in ascolto, saper cogliere gli insights che consentono di delineare il profilo del consumatore, con i suoi atteggiamenti e le sue intenzioni. Prima di intervenire le aziende devono passare per la conoscenza, che è un percorso fatto di relazioni personali (e non di semplici informazioni o di intrattenimento) costruite sulla fiducia. Se preferite, chiamatela pure cultura delle relazioni.

Immagine via Strategic Public Relations

Aziende e social media: 4 trends per il 2010

febbraio 3, 2010

L’azienda social? Un’opportunità che le aziende oramai percepiscono come determinate per rapportarsi direttamente ai propri consumatori, anche se spesso sono accomunate dalla mancanza di progettualità e di sforzi coordinati per affrontare con successo le nuove sfide.

Per una strategia di successo è essenziale identificare gli obiettivi, sviluppare un piano e solo allora scegliere gli strumenti di web marketing per raggiungerli.

Secondo Jeremiah Owyang,  Web Strategist e autore delle .ppt che posto, le aziende devono essere pronte a reagire ai rapidi cambiamenti del mercato (anticipare i bisogni dei consumatori), monitorare eventuali rischi per la brand, reagire al negative buzz da parte dei consum-attori. Delinea dunque 4 Key Trends per il 2010 basati sulla comprensione del comsumatore (consulta la presentazione) .

Integrare i social media nelle strategie di business.

novembre 23, 2009

Finalmente una presentazione che va un po’ oltre l’accademia per proporre un metodo di lavoro e una ipotesi d’integrazione delle potenzialità “social” degli strumenti del Web 2.0 nella strategia di comunicazione aziendale a tutti i livelli.

Si parte dal principio che “Social media is not a strategy, it is a means to an end”, da qui l’approccio è quello di integrare l’esperienza “social” con quella “traditional”.

La presentazione di Debra Louison Lavoy Director di Open Text Corporation, nell’ambito della Web 2.0 Conference appena tenutasi a New York,  è tutta incentrata su questo e propone delle convincenti best practice con la considerazione finale – da me ampiamente condivisa – che “aligning social media with business strategy” significa investire nel proprio business, credere nelle risorse umane e nello sviluppo tecnologico. Innovare e sperimentare per fare la differenza.

Per dire che se la crisi è un’opportunità, solo le realtà che sapranno proiettare il loro sguardo un po’ oltre saranno in grado di coglierle.

La strategia dei contenuti (di portali immobiliari e di altro)

settembre 16, 2009

Dalla nostra attività di partecipazione nelle community immobiliari stiamo tenendo d’occhio la discussione “guida quali portali immobiliari scegliere e perché” di immobilio.it, che muove dalla disamina dei portali immobiliari valutandone caratteristiche, vantaggi e svantaggi.

Un dibattito stimolante dal quale ho tratto molti spunti per il marketing e le vendite di idealista.it
Perchè? Per almeno 3 motivi (mie considerazioni):

  • aiuta a fissare i paletti della nostra attività di comunicazione e marketing (traffico-branding, nel dubbio cosa fare?)
  • aiuta a definire meglio il concetto spesso “vago” di contatto di qualità
  • aiuta a sfatare alcuni luoghi comuni per cui
          – non è vero che il portale che ci porta più telefonate è quello che ci fa vendere di più
          – non è vero che il portalino che ci procura 0 appuntamenti bisogna faglio perchè “è    meglio esserci, non si sa mai” (in pratica ai clienti bisogna dire che è inutile  disperdere risorse in siti e portali inutili)
          – è vero, inoltre, che bisogna guardare il portale che col numero minimo di telefonate ci   porta il più grande numero di appuntamenti. La valutazione di un buon portale si basa su  quello.

Tutte argomentazioni per superare brillantemente le obiezioni sulla vendita.

Tutte ragioni che mi spingono a delle riflessioni generali sulla comunicazione e il web marketing valide per tutte quelle società che perseguono l’obiettivo di migliorare i loro risultati di marketing.

Come ottenere un buon posizionamento.

1) buon posizionamento in google ranking=link building con siti, directory, blogs, social networks che abbiano una certa attinenza con i contenuti del sito (indicizzazione della pagina e posizionamento organico)

2) reputation (dare materiale interessante ai blogger per far parlare di noi e del nostro servizio).
Non solo far parlare bene di se: guadagnarsi la fiducia degli utenti utilizzando, ad esempio Twitter per istruire un utente in difficoltà con il servizio che offriamo, consigliarlo, ricevere feedback. In una parola, engagement

3) digital pr (facebook e strumenti come youtube e twitter) e direct mailing (clienti, privati) generare passaparola

 I punti 1 e 2 e 3 sono a carico della comunicazione.

Come ottenere una buona visibilità.

4) fare integrazioni con siti aventi un canale casa, con contenuti redazionali validi è una ottima cosa a mio avviso (avranno un target di gente interessata a investire nella casa, a informarsi sulla stessa, etc.. etc..)

5) google ads per il traffico targettizzato (beh, non devo neanche dirlo)

i punti 4 e 5 sono tipicamente a carico di chi si occupa di web marketing

Altre considerazioni: il branding con gli ad sense è un mezzo branding e porta traffico non pertinente e non targettizzabile.

In sostanza, se abbiamo possibilità di far branding per bene (pubblicità), lo facciamo, altrimenti possiamo anche farne a meno aspettando tempi migliori per farlo.

Dirigere un’azienda secondo Eric Schmidt (Google)

maggio 27, 2009

I passi salienti dell’intervista al CEO di Google, Eric Schmidt nella Power Point di Mike Arauz.

Mi colpisce lo spunto sulla strategia – “the culture we havve around innovation and focusing on the end user” – e la visione del  team di lavoro – “you’re much better off if you select people to work in your firm who really want to change the world” – molto idealista.

via  Aghenor